NordEst e banche (2)

Come dicevo nel post precedente, a meno che gli investitori non decidano di fare beneficienza (sport peraltro sempre gradito), il punto centrale è il rendimento dell’investimento in azioni bancarie: il core di questo punto è il prezzo delle azioni.

Più basso è il prezzo, più elevate sono le probabilità di guadagnarci sopra; in altri termini, più basso è il prezzo, minore è la probabilità di perderci. Questa faccenda può essere considerata da due punti di vista: quanto voglio guadagnarci e/o quanto sono disposto a perdere. Mediando fra questi due punti di vista, esce una combinazione di possibilità sostenibili da ciascun investitore.

Ma queste possibilità non possono prescindere da una prospettiva strategica relativa al core business, cioè dalle attese di successo del business oggetto dell’investimento. E qui è ben difficile fare previsioni perché in questo periodo gli scenari ci appaiono particolarmente turbolenti.

Vi sono però alcuni punti fermi che appaiono scarsamente controvertibili:

1) si sta parlando di banche commerciali, cioè di banche che supportano prevalentemente il circuito dei pagamenti, piuttosto che il circuito risparmio-investimenti. Il core business di queste banche è la produzione di moneta, cioè di credito, ‘dal nulla’: prestano cioè potere d’acquisto ad imprese e famiglie a proprio rischio, cioè in base al patrimonio.

2) si sta parlando di banche inserite in un territorio relativamente limitato (il NE o, al massimo, l’Italia) caratterizzato a) da imprese di ridotte dimensioni b) che non crescono ( a fine 2014, solo 342 erano le quotate su circa 6 milioni di imprese) c) con ridotti sistemi informativi e d) ridotte strutture organizzative: un ambiente del genere ha il vantaggio di essere più flessibile (le imprese appartengono a diversi settori industriali, crescono e muoiono incessantemente, ne risulta agevolata la diversificazione del rischio, ecc,); lo svantaggio per le banche che vi navigano è quello di non essere altrettanto flessibili data la loro struttura organizzativa pachidermica. D’altra parte si tratta di  strutture in parte necessitate dagli ingenti investimenti informatici oggi indispensabili per gestire sistemi informativi complessi e necessari per tenere sotto controllo i rischi di credito e i rischi finanziari (sia del banking sia del trading book).

3) il territorio del NE, forse maggiormente di quanto non accada per l’Italia nel suo complesso, risulta inserito in un ambiente internazionale vastissimo, soggetto a notevoli elementi di variabilità (tassi di cambio, prezzi delle risorse energetiche, volatilità dei mercati non solo finanziari, questioni geopolitiche, ecc,), di rischi e di opportunità che richiederebbero altrettanti elementi compensativi di flessibilità  che non sembrano attualmente disponibili data la struttura dei ceti politici, sindacali, industriali e finanziari del Paese.

Se questi tre punti di partenza possono essere condivisi, almeno grosso modo, vi è da chiedersi come sia possibile addurre questioni di banca locale, di polo finanziario locale ecc., quando si affronta la complessa questione della ristrutturazione del mercato del credito italiano, perché di questo si tratta.

Analogamente, non credo sia adeguato affrontare la questione facendo i conti in tasca ai diversi possibili investitori del NE (industriali e fondazioni bancarie): mettere sul piatto qualche decina di miliardi per prendere il controllo di una SpA bancaria, magari sostanzialmente dissestata, è abbastanza semplice.

I problemi più rilevanti, a me sembra, siano almeno due. L’uno, semplice: a che prezzo comprare. L’altro, complesso: come, eventualmente, uscirne. Il che si traduce in `quanto sono disposto a perdere’ in un mercato altamente volatile come quello finanziario attuale.

A meno che il rischio assunto non venga compensato in altro modo, vigilanza sulle parti correlate permettendo.

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