Le pietose bugie per i soci delle banche non quotate (popolari, BCC, Carispa, ecc.): il `valore’ delle azioni.

I fondi propri delle banche sono la base del mestiere del banchiere: un parte di un certo rilievo di tali fondi sono a mani dei soci i quali, pro quota, detengono il Capitale Sociale (CS); una seconda parte, più rilevante, è costituita dai profitti reinvestiti nel tempo che si possono osservare nel bilancio fra le Riserve (R) ordinarie, statutarie, legali, ecc.; una terza parte, minore, è costituita da altre voci (a) previste dalle regole di Basilea3.

Così si configurano due grandezze contabili rilevanti per le gestioni bancarie:

1) il netto patrimoniale (NP), cioè la somma fra CS ed R (NP = CS + R);

2) il CET1, cioè la somma fra NP e le altre voci (CET1 = NP + a).

Mentre il CET1 è il dato contabile che va moltiplicato per 12,5 per delimitare le attività, ponderate per il rischio, detenibili dalle banche, il NP è il dato da dividere per il numero di azioni in circolazione e che tende a rappresentare il valore di ogni singola azione (V) detenuta dai soci.

Il V di cui sopra è di regola diverso dal valore nominale (vn) di ogni singola azione: si ottiene dividendo il CS per il numero di azioni emesse. Il NP, infatti, di regola è più elevato del CS perché contiene anche i profitti maturati nel tempo e non distribuiti ma accantonati.

Ne segue che se una banca matura perdite, invece che profitti, non può accantonare, né potrebbe distribuire dividendi (D) che non sono maturati. Dunque il NP cresce (la banca si rafforza, si consolida) a mano a mano che maturano i profitti e che vengono accantonati; in caso contrario, la banca non si consolida ma si depaupera e, per mantenere il NP, chiede ai soci un aumento di CS.

Se questo modo di ragionare è proponibile per l’azienda di credito, non lo è identicamente per il singolo azionista, se non altro perché al singolo interessa solo marginalmente il CET1: ciò che interessa il singolo è il NP (e la sua crescita), il valore cioè da dividere per il numero di azioni.

Se quanto sopra può essere accettato, la posizione economico-finanziaria dei singoli azionisti dipende dalla situazione: vi sono soggetti che detengono già le azioni (azionisti effettivi) e soggetti che vorrebbero diventare azionisti (azionisti potenziali).

Il V delle azioni, infatti, dipende dalla sua situazione:

a) l’azionista effettivo ha in mano il valore contabile delle azioni e pensa di poter realizzare questo valore se vende;

b) l’azionista potenziale ha in mano dei quattrini e sta osservando se investire nelle azioni che sono a mani dell’azionista effettivo.

Lo scambio fra i due azionisti dipende dall’opinione che entrambi hanno sul valore dell’azione: però l’opinione dell’azionista effettivo è fondata sulla speranza che quel valore si trasformerà in un prezzo al quale vendere, mentre l’opinione dell’azionista potenziale è fondata su di un prezzo che rispecchia l’aspettativa della coppia rischio-rendimento generato dall’azione, dall’investimento.

Molto difficile che i due prezzi combacino! Se non altro perché il valore contabile, cioè il prezzo di vendita, è costruito su dati del passato mentre il prezzo di acquisto è fondato su opinioni relative al futuro, su valori attesi.

Il valore effettivo dell’azione deriva così da uno scambio di mercato aperto, che risente cioè dei soli vincoli regolamentari del mercato medesimo. Ad esempio, la clausola di gradimento è un vincolo che incide negativamente sul prezzo perché implica l’accettazione ex post del socio; oppure, la detenzione di un pacchetto di azioni, ancorché di minoranza ma suscettibile di far parte di un patto di sindacato, aumenta il valore del pacchetto medesimo anche se unitariamente il valore delle azioni non si modifica; oppure, ancora, la necessità di un azionista effettivo di liquidare l’investimento per proprie necessità, tende a deprimere il valore delle azioni; ecc.

Un mercato aperto tende così ad evidenziare un valore effettivo, un prezzo di mercato.

In conclusione, applicando lo schema di cui sopra a tutti gli azionisti attuali delle banche non quotate dovrebbe essere facile non farsi illudere o non farsi ingabbiare dalle promesse da marinaio emerse nelle recenti assemblee dei soci.

Ma, si sa, con un faro puntato negli occhi non si vede al di là del proprio naso: è una tecnica di marketing che nulla ha a che fare con la qualità dei prodotti finanziari sottostanti.

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