Le pive nel sacco degli azionisti delle banche popolari non quotate.

Come è noto a tutti coloro che si occupano anche marginalmente di finanza, il valore delle azioni di una società è il valore di scambio. Lo scambio può avvenire su mercati regolamentati (da un’autorità indipendente: la Borsa e le Consob), organizzati (da un intermediario soggetto ad un’autorità indipendente), fuori dai mercati (over the counter, otc), ovvero può avvenire se l’emittente funge da broker (si occupa cioè di reperire i compratori a fronte dei venditori).

Quest’ultimo caso è quello che per anni ha retto gli scambi delle azioni delle banche popolari non quotate. Oggi, come è noto, la situazione è completamente cambiata: le popolari non quotate, infatti, non reggono più l’offerta  che si è riversata presso i loro sportelli perché non riescono a reperire un’adeguata domanda di contropartita. Ne segue che, per evitare il tracollo del valore delle azioni, si rifiutano di operare come broker.

Il fenomeno, ben noto in assenza di un mercato libero, può essere considerato `normale’, nel senso che i prezzi amministrati reggono solo in presenza di fiducia nella congruità dei prezzi fissati dai CdA e approvati dalle Assemblee. Quando la congruità viene posta in discussione, a torto o a ragione, gli scambi cessano e gli azionisti restano `con le pive nel sacco’.

Ma perché gli scambi cessano? Perché la congruità dei prezzi viene posta in discussione? Come è noto, in economia, la prima risposta è `dipende’.

Se il prezzo delle azioni viene individuato suddividendo il valore del patrimonio netto contabile (o il CET1) per il numero di azioni, si tratta di un prezzo costruito sul passato: il valore, infatti, dipende dal patrimonio e siccome questa grandezza comprende una grande quantità di grandezze stimate (per la banche ad es. il valore presunto dei crediti e dei titoli, cioè le perdite attese), ne segue che le stime possono essere state più o meno prudenti e circostanziate. Così il valore può essere più o meno congruo. Se il valore così calcolato viene successivamente ridotto si pone in discussione la congruità precedente, cioè l’azionista si trova in una condizione di incertezza anche sul futuro valore dei propri averi e cioè sul valore del patrimonio (o del CET1).

Se, invece, il prezzo delle azioni viene individuato guardando al futuro, vi sono diversi metodi di calcolo, peraltro tutti aleatori perché tendono ad ipotizzare andamenti futuri degli utili, dei dividendi distribuibili, del rischio implicito nell’attività tipica, nel parametro prescelto come indicativo del rischio dell’attività tipica, dei tassi dell’interesse, ecc.

In entrambi i casi bisogna dotarsi di `carta e penna’ per fare i conti, cioè di un `foglio di calcolo’ che riduce almeno la possibilità di commettere errori materiali. In assenza di questi strumenti tecnici (carta, penna e capacità di padroneggiare le quattro operazioni) dai quali discende un prezzo teorico, si possono solo fare chiacchiere da bar Sport volte, a seconda dei casi, ad edulcorare o ad inacidire la semplice verità per gli azionisti. Verità che comunque ne risulta offuscata e che alimenta la loro incertezza.

Non solo qualsiasi diplomato triennale in economia e finanza di qualsiasi Università, ma soprattutto qualsiasi advisor, non può non sapere che ci si deve dotare di carta e penna e non può non conoscere i fondamenti della finanza, cioè i metodi di calcolo dei valori teorici delle azioni: valore di una rendita, valore attuale netto (VAN), flusso di cassa scontato (DCF), tasso interno di rendimento (IRR), ecc. dai quali discendono valori teorici diversi, a seconda delle ipotesi che si fanno sul futuro.

Valori teorici, ovviamente, perché solo lo scambio effettivo (azioni contro moneta) dà un valore monetario alle azioni. Lo scambio azioni-obbligazioni, ad esempio, non è uno scambio monetario, ma uno scambio fra rischi.

Chiunque investa, infatti, fatti salvi i propri `pre-giudizi’ (che stanno a fondamento della finanza comportamentale) tende ad agire razionalmente e cioè ad investire in modo da mediare consapevolmente fra rischio e rendimento dell’investimento. I metodi di calcolo sopra richiamati altro non sono che l’applicazione di questa tendenza, di questa aspirazione, di questo difficile tentativo.

In assenza di un mercato, trasparenza vorrebbe che fossero almeno palesi i metodi di calcolo dei prezzi così gli azionisti sarebbero nella condizione di investire consapevolmente i loro quattrini e di avere una misura di quanto, al massimo, possono perdere.

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