I `banchieri de noantri’ e alcuni risultati dei loro lavori

La riforma delle Casse di Risparmio (l’attuazione della `Legge Amato’) ha richiesto circa venticinque anni: la Fondazione MPS è stata la penultima a cedere la partecipazione maggioritaria nella banca; l’ultima, se accadrà, sarà la Fondazione di BZ ancora maggioritaria nella banca.

Erano altri anni, però vedremo se la riforma delle Popolari, che sembra ben più semplice, si realizzerà in tempi più rapidi grazie anche alla situazione geopolitica dell’economia.

Nel frattempo sembra che nodi vengano al pettine con maggiore rapidità nel Veneto ove operano i tre piccoli giganti: Verona, Vicenza e Montebelluna. La situazione è ben descritta in questo pezzo di Giorgia Golo pubblicato da VeneziePost di oggi:

Verona e Veneto Banca. Gli interessi del Veneto e quelli di Bankitalia

DI GIORGIA GOLO

Meglio l’uovo (Pop Vicenza) oggi che la gallina (Pop Verona) domani? L’interrogativo su quale sia l’aggregazione migliore per Veneto Banca è davvero di difficile soluzione, sopratutto dopo le notizie giunte nei giorni scorsi per quanto riguarda la Popolare di Vicenza e quelle arrivate ieri sera su Montebelluna, che danno un quadro delle perdite ancora più grave di quello comunicato in precedenza. E, considerato che ci sono in ballo alcuni miliardi di euro che, in un modo o nell’altro, questo territorio perderà (altro che quelli rubati con il Mose!), il dilemma investe il presente e il futuro dell’economia veneta. Ha un bel dire il governatore Luca Zaia nei suoi manifesti elettorali che i soldi dei veneti devono rimanere ai veneti, quando i soldi (quelli veri dei circa 10 miliardi di azioni delle due popolari) rischiano di diventare carta straccia. Se si dovesse andare, infatti, a una rapida valorizzazione del prezzo reale delle azioni delle due popolari, si perderebbe grosso modo il 50% del loro valore.
Per comprendere la drammaticità di questa situazione, aldilà degli oltre tre miliardi di euro di perdite cumulate dalle tre popolari venete nell’ultimo esercizio, basti spiegare che molti artigiani, commercianti e industriali, posseggono notevoli quantità di azioni che sono state date a garanzia di mutui immobiliari e prestiti. Se il prezzo delle azioni crollasse, dove troveranno i soldi da dare in garanzia? È evidente che assisteremmo a nuove chiusure di aziende e a ulteriori crediti deteriorati.
Sembra questo il motivo per cui Bankitalia, con il sostegno delle categorie economiche locali, spingerebbe per l’aggregazione delle due popolari non quotate. Se Vicenza e Treviso si aggregassero, essendo non quotate, potrebbero cercare di indicare man mano valori fittizi ma gradualmente decrescenti fino ad arrivare a quello che sarà il loro valore reale. La soluzione sembrerebbe quindi, per così come viene teorizzata, la migliore, ma disegna più uno scenario da lenta agonia che da guarigione. La sovrapposizione dei due istituti è infatti tale che, per reggere, le due banche dovrebbero cedere molti sportelli a bassissimo costo o addirittura chiuderli (con i problemi occupazionali conseguenti) e ridurre drasticamente le erogazioni verso le imprese per evitare la concentrazione del rischio che deriverebbe dal sommare su un solo istituto il totale delle erogazioni concesso separatamente alla stessa azienda dalle due banche. Il prezzo delle azioni scenderebbe comunque, seppur gradualmente, ma in maniera inesorabile, perché in ogni caso di s.p.a. si tratterebbe, e le azioni potrebbero essere cedute a prezzi di mercato. Inoltre, avendo entrambe le banche problemi strutturali gravissimi, non ne uscirebbe di certo un gruppo sano e combattivo. E questo, senza tenere in considerazione l’ipotesi, che pure circola insistentemente, che a Vicenza e Treviso venga aggregato il terzo malato cronico che è Bari. Quest’ultima ipotesi, cioè l’aggregazione con Bari, sarebbe poi un’autentica sciagura, considerato che la situazione di quella banca sembra ancora più oscura e drammatica di quelle venete.
L’ipotesi, invece, di aggregare Veneto Banca a una quotata come Verona (e Vicenza con un’altra ancora), fa correre il rischio che il valore delle azioni crolli improvvisamente, con tutte le conseguenze che questo comporta per i bilanci delle società che sarebbero costrette ad iscrivere come perdita la differenza di valore, e con i risparmiatori che si troverebbero a vedere andare in fumo i loro risparmi. Uno scenario da incubo per certi aspetti, ma che ci riporterebbe a una realtà che in ogni caso è inevitabile anche con la prima soluzione. Ma in questo caso almeno si spazzerebbe via tutta la polvere da sotto il tappeto e ne nascerebbe una banca relativamente solida e ancorata al territorio. E non è detto che non si possano trovare strumenti per attutire la caduta.
Ancora una volta ci troviamo di fronte ad una alternativa tra scelte di breve e lungo periodo e ad uno scontro di interessi tra chi guarda alla possibilità di ricostruire le condizioni di competitività del territorio e chi cerca di prolungare l’agonia del malato a scapito della salute del nascituro.
Se, come sembrano indicare i primi segnali di ripresa del settore manifatturiero vocato all’export, abbiamo ormai un gruppo di industrie solide capaci di competere, converrebbe terminare le grandi pulizie e arrivare al 2016 in condizioni di agganciare la ripresa con una banca, fortemente ancorata nelle Venezie, capace di stare al fianco del tessuto produttivo che attorno ai nuovi piccoli ‘campioni’ ne nascerà. Sempre che Bankitalia non abbia già deciso che VenetoBanca debba andare con Vicenza (e con Bari). Nel qual caso gli interessi del territorio sarebbero ancora una volta sacrificati sull’altare degli interessi di chi, non avendo vigilato prima, si preoccupa ora solo di dimostrare alla Bce di saper gestire il disastro che é stato creato per responsabilità sia di chi ha operato che di chi ha permesso di operare in questo modo. Tanto a pagare saremmo noi, sia nell’immediato che in prospettiva.

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