Asimmetrie fra banche e imprese nel NordEst.

Al Festival Città Impresa che in questi giorni si sta svolgendo a Vicenza, finalmente si discute di come condurre un’ottantina di imprese `venete’ verso la Borsa  (riassumo dai resoconti di VeneziePost).

La necessità di investire, per innovare e crescere, sembra convincere gli imprenditori che il capitalismo famigliare non è più adeguato e che vi è la necessità di aumentare sensibilmente la dotazione finanziaria delle imprese.

Quest’ultima, non potendo più essere fornita esclusivamente né dal sistema bancario italiano né dagli attuali proprietari, deve essere reperita sul mercato: per realizzare questo obiettivo sembrano essere maturate la consapevolezza ad abbandonare la proprietà totalitaria delle imprese e la convenienza a chiedere fondi al mercato azionario, cui dovrebbe seguire un miglioramento della possibilità di emettere strumenti obbligazionari.

Se questo è quanto sembra maturare nel corso del convegno vicentino non si può non annotare la riluttanza del settore delle banche `venete’ verso l’apertura al mercato dei capitali, peraltro necessitata dalle diverse vicende maturate in quest’ultimo anno. Fra le quali, si è visto, che il legame fra banche e territori non è stato foriero di grandi performance per le banche; anzi, si è visto che le ha fortemente indebolite.

Purtroppo, al di là dei buoni propositi, l’essere stati inchiodati per decenni a vecchi modelli capitalistici (da quello famigliare a quello di relazione, dal `piccolo è bello’ al ‘capitalismo molecolare’) non ha permesso di mettere a fuoco con sufficiente celerità e flessibilità il veloce cambiamento della finanza.

Quest’ultima, non è sicuramente tutto ma, se trascurata, può diventare determinante e lasciare margini di manovra alquanto ridotti soprattutto in periodi di credit crunch.

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Un commento

  1. Francesco Morosini
    Inviato marzo 21, 2015 alle 11:57 am | Permalink | Rispondi

    Che l’utopia della fine del banco-centrismo e del mito “il piccolo è sempre bello” sia infine realizzabile? Possibile, nonostante le resistenze più antropologiche che di ratio economica; ma, paradossalmente, per merito della crisi che a mostrato, nel Nord-Est, i limiti di un modello che pure è stato di successo. Ma è l’unica via per sopravvivere; a meno di non credere troppo alle chance offerte dalla svalutazione del cambio.

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