Le imprese recuperate

Le regole della finanza aziendale sovraintendono la vita delle imprese. Di queste regole conosciamo tanti aspetti. Ma di altri aspetti conosciamo poco. Il volume di Francesco Vigliarolo ci fornisce gli elementi per comprendere cosa accade in una particolare situazione estrema, che di norma non viene considerata nello spettro delle possibilità. Il volume analizza quali fenomeni si verificano quando accadono tempeste finanziarie di grande rilievo e i canali di creazione del credito si asciugano improvvisamente. Se il canale del credito non alimenta più le imprese, ne deriva l’impossibilità di operare. Anche per le imprese che sono per il resto molto vitali. Che hanno una missione da compiere ancora attuale. Che propongono prodotti che rimangono interessanti. Che sono sostenute da squadre di collaboratori di elevata qualità e dotati di notevole entusiasmo. In queste circostanze capiamo meglio cosa sia un impresa e quali regole di governance la guidano e quali la possono guidare in particolari condizioni.

Ma se il sistema finanziario crolla e viene meno il sostegno delle banche alle imprese, se si generalizza la crisi di fiducia e quindi la percezione di insolvenza di ogni controparte, cosa precisamente accade? Cosa intendiamo esattamente per impossibilità di operare? Come si comportano le persone quando si riscontrano tali circostanze?

Per gli analisti finanziari e per gli osservatori del mondo dell’economia esiste una robusta teorizzazione della crisi d’impresa individuale. Quando una impresa diventa insolvente, abbiamo allora a disposizione una concettualizzazione (abbastanza) precisa per definire se veramente ci troviamo di fronte ad una insolvenza irreversibile, o una crisi superabile. Abbiamo diversi strumenti per agire nel senso del risanamento finanziario, se necessario, o per agire nel senso della liquidazione dell’impresa, se opportuna o in mancanza di alternative migliori. Sappiamo come gestire gli interessi in gioco. Sappiamo quali sono. Sappiamo come le persone si comportano e sappiamo gli errori che tipicamente si fanno. Abbiamo regole per applicare sequenze di interventi grosso modo razionali e coerenti con le esigenze dei singoli individui e in una direzione di tutela collettiva.

Per una crisi sistemica non abbiamo invece schemi intellettuali di lavoro. E’ esattamente come trovarsi in un Pronto Soccorso e definire la procedura da seguire se si presenta una persona che ha subito un brutto incidente. Non ci sono problemi nel definire tale procedura. Ogni specialista nel campo non ha difficoltà. La stessa cosa accade se le persone che si presentano al Pronto Soccorso sono più di una, o molte di più. Ma un certo punto il problema cambia la sua natura. Quando esiste un problema sistemico, o un incidente su larga scala, il Pronto Soccorso deve applicare regole diverse o dichiarare la propria assoluta inadeguatezza.

In Argentina si è verificata una crisi sistemica che ha causato per tantissime imprese l’impossibilità di sopravvivere. Quando l’attivo di una impresa si deteriora e il patrimonio netto non vale nulla più, e non ci sono possibilità di recuperare un minimo di valore, allora non vi è alcun senso a continuare l’attività aziendale. In tali condizioni i diritti di proprietà su una impresa non valgono più nulla, non vi è nessuna ragione per considerarsi proprietario di una impresa, nessuna ragione per creare un piano di azione. Ognuno abbandona la nave in cerca di una propria salvezza individuale.

Il lavoro di Francesco Vigliarolo descrive quello che ha accaduto in Argentina in un significativo numero di casi. Le imprese abbandonate a sé, senza alcuna concreta speranza in una logica di comportamento finanziario coerente, sono state “recuperate” in una logica collettiva.

Viene messa a fuoco la ragione che porta l’Argentina, dalla fine degli anni Settanta alla fine del secolo scorso, verso una violenta de-industrializzazione. Il fenomeno ha legato al passaggio da un’economia industriale interna protezionistica, ma in forte espansione, ad un’economia industriale aperta ma fortemente dipendente dai capitali finanziari esteri. Questo passaggio ha snaturato l’identità delle iniziative produttive nazionali, portandole con molta rapidità in una posizione esposta alla concorrenza internazionale. In tale contesto, il settore agricolo è risultato fortemente premiato di una posizione di effettiva competitività internazionale. La crisi del 2001 testimonia che tale processo, realizzato evidentemente con intenti funzionali al benessere della nazione, risultò in realtà controproducente. Le politiche neoliberiste attuate (finalizzate alla crescita, alla competitività internazionale, sulla base di un meccanismo imperniato sull’autoregolazione del mercato) portarono alla crescita del debito interno del settore pubblico, alla fuga di capitali locali verso l’estero, lo scadimento del livello reale dei salari e la caduta dell’occupazione. La finanziarizzazione dell’economia argentina ha portato a un cambiamento sul piano antropologico e sociologico, che l’autore esamina sulla base del suo programma di analisi. Il contesto sociale viene trasformato da questa nuova idea che la massimizzazione degli interessi monetari privati, sganciata da qualsiasi relazione con la società, deve condizionare univocamente la decisione economica. Ciò ha portato alla “de-collettivazione” della società argentina, ossia la perdita della capacità di sentirsi collettività e mobilitarsi per salvaguardare un “interesse comune”. Il libro affronta sul piano della teoria socio-economica proprio tale passaggio a partire dalle risposte sorte dopo la grande crisi del 2001 in Argentina, come quella delle Imprese recuperate.

La crisi del 2001 produsse una situazione generalizzata d’indigenza. La crisi economica, testimoniata in modo drammatico da tutti i dati rilevanti, ha prodotto un cambio di paradigma. Cambia il paradigma di regolazione dell’economia. Cambia anche il paradigma democratico vigente. L’economia ha bisogno di una stabilità e di una legittimità fondata sulla soddisfazione di bisogni umani e comuni. Nel caso che il paradigma di governo della impresa massimizzata sull’interesse individuale si rompa, risulta possibile che si instaurare un paradigma diverso basato su una dimensione collettiva. Le imprese recuperate si connettono a meccanismi cooperativi e di autogestione, si ricollegano a idealità cattoliche e socialiste. Le persone che lavoravano in un’impresa e che l’hanno recuperata non avevano un obiettivo precostituito e chiaro in una direzione operativa. Si sono “trovate” a recuperare la loro impresa. Il punto di vista sociologico dell’autore spiega questa insopprimibile esigenza di creazione d’identità nuova, quando quella vecchia viene travolta dagli eventi. A partire da tale punto di vista, viene affrontata la tensione interna al concetto di capitale sociale, tra i suoi estremi individualista e collettivo. A tale fine si propone un capitale sociale definito “etico” frutto del cambio delle relazioni che cercano una coerenza a livello universale a partire dalla propria dimensione locale. L’individuo, per tali ragioni può passare da un estremo individualista a quello collettivo quando relazionato agli altri individui in cerca di un’identità comune in permanente costruzione, incorpora in sé gli elementi valoriali, i significati culturali e i codici di condotta che promuovano tale identità anche attraverso le azioni economiche. Tale processo nel libro viene definito di “socializzazione economica” che rappresenta la “spina dorsale” del ragionamenti che vengono proposti.

Francesco Vigliarolo: Le imprese recuperate.  Argentina: dal crac finanziario alla socializzazione dell’economia. (Città del Sole-Altreconomia Edizioni)

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