L’annosa querelle dei finanziamenti bancari alle imprese

Una corposa fetta del dibattito di questo periodo di crisi, e con prospettive di recessione per l’anno corrente, si concentra su di un tema trito e ritrito e che assume connotati scarsamente innovativi: le banche non finanziano le imprese, sono poco coraggiose, non favoriscono il bene comune e, perfino, non fanno il mestiere per il quale sono deputate. A partire dal prossimo 1° marzo assisteremo ad altre bordate dello stesso genere, dato che la BCE immetterà ancora liquidità a lungo termine nel sistema.

Vien da chiedersi, allora, se le banche abbiano convenienza a tenere la liquidità in Cassa, cioè presso la BCE o sull’interbancario, ad un tasso di rendimento che va dallo 0,25 all’1%: è evidente che non vi è alcuna convenienza se non osserviamo l’altro corno del problema, il rischio. Rischio basso o nullo uguale rendimento basso o nullo o, perfino, perdita secca.

Mano a mano che cresce il rischio, aumenta il rendimento cioè il premio al rischio da pagare.

All’interno di determinati limiti però: quelli imposti da Basilea e cioè posso aumentare il rischio se il patrimonio è capiente. Altrimenti devo prendere rischi (e rendimenti) minori, ad esempio comprando strumenti finanziari i quali, peraltro, hanno già finanziato l’economia ‘reale’.

E’ evidente che un’economia in recessione accentua il problema della ricerca di finanziatori, ancorché bancari, per il semplice fatto che il rischio di credito cresce e che a nulla vale scrivere ricavi che sono soltanto aumenti di esposizioni.

Così, per compensare i maggiori rischi, restano da finanziare solo le imprese meritevoli di credito, locuzione questa che viene sempre omessa. E quali sono queste imprese? Quelle che possono dimostrarlo con i numeri, cioè con i bilanci e col rendiconto finanziario: il finanziatore può così osservare se l’impresa genera profitti e se essi sono effettivi, e non soltanto scritti sui libri.

Se questa descrizione è accettabile, è possibile anche dire che le banche finanziano soltanto chi ha prospettive di reddito ed è in grado di dimostrarlo e non finanzia chi, pur avendo simili prospettive, non riesce a dimostrarlo.

Questi sembrano essere i paradigmi entro i quali si muovono le odierne banche-società: tornare alle banche-fondazioni credo sarebbe una iattura. Si premierebbero gli amici e gli amici degli amici a danno delle imprese economicamente solide. Questa storia è nota e ha connotato la seconda metà del secolo scorso: gli effetti sulla crescita italiana sono sotto gli occhi di tutti.

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